
Non è per amore di polemica, ma ogni tanto è giusto appuntare delle critiche. Visto che oramai sono anni che la gestione della Triennale di Milano desta perplessità da parte di molti e nel silenzio dei più. E visto, soprattutto, che quel posto è un picco di unicità nel panorama di quello che una volta si chiamavano "arti minori", con questo aggettivo "minore" che è bellissimo.
E' ovvio, ovvio, detta come premessa, che qualsiasi luogo culturale oggi ha bisogno di denaro misto a una spiccata propensione per mostre di massa.
I primi, perchè servono sempre, e le seconde perchè servono per finire
su repubblica.it, nel generalismo massificato dell'informazione di
plebe.
Detto questo, meno ovvi sono i modi. Mi spiego.
In questi giorni a Milano c'è questo meraviglioso circo
mediatico/commerciale che è il salone del mobile, questa vetrina
fagocitante che butta fuori una forza per Milano inconsueta. E in
questo baraccone c'è, ovvio e giusto, un affogamento di attività
commerciali culturalmente vacue, nelle rubineterie e cucine di Tortona
come nei party di inglesi e tedeschi vestiti trandy della notte open
bar. Tutto molto somiglia a un suk arabo, dove vince chi urla di più, e
chi ti fa fesso prima, vendendoti il tappeto. Ed è molto bello.
La Triennale si muove sulla stessa logica, mischiandosi al resto,
facendo il filo al totem indiscutibile dell'evento, che tutto comunica
e nulla muove. Una regina che alla festa si butta nella mischia del
ballo, anzichè aprirlo. Ripercorrendo le tappe di una versione
multimediale e velocifera del niente, esposto ad arte. Milioni di euro
per comunicare comunicazione. So international, so cool: so sponsor,
alla fine. Perchè dentro c'è solo quello, merce sponsorizzata, brand
brand brand, canon toyota e fra qualche anno scavolini. Mini Minor
ovunque, per "miniminorati mentali", come suggerisce un
amico.
Nel suk
ti aspetti sempre uno slargo con una moschea, per riposare nel silenzio
gli occhi stanchi dal caldo. Tutto si ferma, per avere un secondo per
guardare il cielo.
Lo stesso, in questi giorni, ti aspetti da quei due o tre grandi
epicentri pubblici (quindi meno stretti dalla morsa del pollo) e
istituzionali (quindi meno avvezzi alle urla). Ovvero non l'esposizione
dei brand come polli, ma il lusso della riflessione disinteressata, la
possibilità di uno sguardo distante, lo spazio largo della fruizione,
la quiete di guardare più in alto. Nella tempesta del mercato: la pace
di un porto.