Mini Triennale

in Editoriali da Roberto Marone lun 21/04/08
suk.jpg
Non è per amore di polemica, ma ogni tanto è giusto appuntare delle critiche. Visto che oramai sono anni che la gestione della Triennale di Milano desta perplessità da parte di molti e nel silenzio dei più. E visto, soprattutto, che quel posto è un picco di unicità nel panorama di quello che una volta si chiamavano "arti minori", con questo aggettivo "minore" che è bellissimo.
E' ovvio, ovvio, detta come premessa, che qualsiasi luogo culturale oggi ha bisogno di denaro misto a una spiccata propensione per mostre di massa.
I primi, perchè servono sempre, e le seconde perchè servono per finire su repubblica.it, nel generalismo massificato dell'informazione di plebe.
Detto questo, meno ovvi sono i modi. Mi spiego.
In questi giorni a Milano c'è questo meraviglioso circo mediatico/commerciale che è il salone del mobile, questa vetrina fagocitante che butta fuori una forza per Milano inconsueta. E in questo baraccone c'è, ovvio e giusto, un affogamento di attività commerciali culturalmente vacue, nelle rubineterie e cucine di Tortona come nei party di inglesi e tedeschi vestiti trandy della notte open bar. Tutto molto somiglia a un suk arabo, dove vince chi urla di più, e chi ti fa fesso prima, vendendoti il tappeto. Ed è molto bello.
La Triennale si muove sulla stessa logica, mischiandosi al resto, facendo il filo al totem indiscutibile dell'evento, che tutto comunica e nulla muove. Una regina che alla festa si butta nella mischia del ballo, anzichè aprirlo. Ripercorrendo le tappe di una versione multimediale e velocifera del niente, esposto ad arte. Milioni di euro per comunicare comunicazione. So international, so cool: so sponsor, alla fine. Perchè dentro c'è solo quello, merce sponsorizzata, brand brand brand, canon toyota e fra qualche anno scavolini. Mini Minor ovunque, per "miniminorati mentali", come suggerisce un amico.
Nel suk ti aspetti sempre uno slargo con una moschea, per riposare nel silenzio gli occhi stanchi dal caldo. Tutto si ferma, per avere un secondo per guardare il cielo.
Lo stesso, in questi giorni, ti aspetti da quei due o tre grandi epicentri pubblici (quindi meno stretti dalla morsa del pollo) e istituzionali (quindi meno avvezzi alle urla). Ovvero non l'esposizione dei brand come polli, ma il lusso della riflessione disinteressata, la possibilità di uno sguardo distante, lo spazio largo della fruizione, la quiete di guardare più in alto. Nella tempesta del mercato: la pace di un porto.


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Commenti (4)add comment

clara said:

schhh.......
Come darti torto..da questi giorni ne usciamo ubriachi di immagini come chi ha annusato troppe spezie, e ne è stordito..
Ma pensieri? nuovi, semplici, puliti?
nulla..
Giusto oggi capitavo su questo sito

http://www.festivaldelsilenzio.org/silenzio2007/default.asp

Un festival del silenzio è quello che ci meriteremmo, anche solo un minuto di riflessione a commemorazione del "bel progetto"..
aprile 21, 2008

enzo said:

...
grande marone!
ignazio che strazio!
aprile 21, 2008

Roberto M said:

...
Grande...oramai enzo è il nostro fan anonimo.
aprile 21, 2008

laulau said:

marketing stataleӔ
...e vogliamo parlare dell'evento all'interno dell'università Statale?
Dal comunicato stampa: «Interni presenta al popolo internazionale del Design la manifestazione Greenenergydesign per mettere in mostra il processo creativo di una serie di progettisti italiani e internazionali mediante interventi caratterizzati da un approccio altamente sperimentale e multimediale, in grado di trasmettere alla "città diffusa" la cultura e l'espressione del Design [...]»
Seee, io mi ricordo solo un grande tripudio di marche, altro che “cultura del design”!
aprile 22, 2008

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