
Pablo Reinoso, argentino, è una di quelle persone che si muovono con disinvoltura lungo il confine sottilissimo che separa arte e design. Di fronte ai suoi lavori diventa veramente difficile per chiunque, ammesso che abbia un senso farlo, riuscire a distinguere l'intervento artistico da quello progettuale, tanto le due componenti sono intrecciate a fondo tra di loro. Ultimamente si sono viste soprattutto le sue rivisitazioni dissacranti delle sedie Thonet, declinate di volta in volta come un accessori moda piuttosto che come strumenti musicali. Il progetto di cui voglio parlare oggi invece, risale a un paio di anni fa, ed è una panchina (design) realizzata in un esemplare unico (arte).
Non so quale sia stata l'idea da cui Reinoso è partito nel realizzarla, tuttavia vale la pena azzardare qualche ipotesi.
Questa panchina è un inno all'uomo, alla sua straordinaria capacità di
razionalizzare, mettendo ordine nel caos della natura. Oppure è un inno
all'entropia, alla Fine del tutto contro cui l'uomo inutilmente si
oppone da sempre, con la sua mania velleitaria di creare piccole sacche
di ordine in un universo caotico. E' un omaggio alla fantasia, la mano
di un designer distratto (o eversivo) che si allontana dalle linee
rigide degli angoli retti e inizia a segnare scarabocchi sul foglio. E'
un'idea congelata nel momento in cui sta entrando nella testa. E', nella
sua versione doppia, la metafora dei legami che si possono creare tra
due anime affini e che impediscono loro di perdersi.
E', nel peggiore dei casi, solamente una bellissima panchina, e non è poco.